Che il mondo sia giostrato dai furbi è un luogo comune di quelli con un fondo di verità.
Si potrebbe dire, con Niezsche, al di là del bene e del male, che l’imperativo morale è la voce dell’uomo nel cuore dell’uomo e concludere, con Marx, che è la struttura della società a determinarne i valori. In particolare, sono i valori della classe dominante che finiscono per ergersi a retta via.
Qual è quindi l’immagine che la società da di sé, giorno dopo giorno, fino a penetrare costitutivamente nell’animo della gente? Credo che dietro gli evanescenti luoghi comuni ci sia un nocciolo indigesto: la furberia. E voglio sostenere qui come essa sarà il declino della nostra società, la corruzione che ne minerà lo spirito prima, l’intelligenza poi.
Essa regna incontrastata a tutti i livelli, diventa quasi l’essenza della democrazia, si profila infine se non come un diritto almeno come un ripiego di fronte all’evidenza che del resto “tutti fanno così”. Lo vediamo nella politica: i nostri rappresentanti di spicco sono figure ambigue, vivono da privilegiati, da arrivati; mentre dovrebbero rendersi conto della grande opportunità datagli dal potere che la sovranità popolare gli ha concesso, essi godono indiscriminatamente di privilegi che la nostra Costituzione non gli garantisce; si perdono in quotidiane zuffe verbali, nel siparietto del potere e degli interessi particolari, dando prova spesso e volentieri di un’ignoranza che non li rende neppure degni della posizione che occupano. I pochi onesti e appassionati credo non possano far altro che esserne abbattuti nello spirito. Del resto la logica è che ogni cosa ha il suo prezzo: l’importante è il sapersi vendere, non l’avere delle qualità che ci distinguano.
Nelle meritocrazie la moneta dovrebbe essere la competenza, la dedizione, l’impegno, la volontà. Quando ciò assume sempre meno importanza la gente è vinta dalla sfiducia verso il potere e le autorità, è sempre meno desiderosa di far valere quel diritto di libertà che è il voto, per il quale i nostri padri e le nostre madri hanno combattuto e sofferto, e che si configura oggi come un atto privo di qualsiasi pregnanza, una questione di poco o nessun conto, che in ogni caso influenzerà più le nostre discussioni con gli amici che la nostra vita sociale e politica.
I segni e le conseguenze di un’incipiente disgregazione sociale sono la corruzione di chi, essendo investito di un potere e quindi di una responsabilità, amministra la cosa pubblica per i propri fini e non per quelli della collettività; la sfiducia verso le leggi, coloro che le promulgano e coloro che giudicano: ci si stupisce poi se la coscienza civile la gente ce l’ha sotto le scarpe? Ci si chiede come mai nessuno si senta in debito verso la società, o si sogni di mettersi a disposizione del prossimo?
La gente, minata nello spirito, si impoverisce sempre più nell’anima. Il che ha conseguenze tanto peggiori in una società per sua natura individualista come la nostra. Il contratto sociale rischia di diventare il tacito spartirsi ricchezze e onori, e costruire e consumare così la propria vita sul nulla. Perché i furbi non credano di essere furbi in eterno: gli amici che vi circonderanno non saranno mai veri amici, né vi ameranno di un amore sincero. Dalla furberia non possono nascere che rapporti di utilità, contratti che possono essere prontamente rescissi nel momento in cui divengano svantaggiosi. Cosa se ne faranno infine i furbi della montagna di cose che hanno voluto accumulare? Come Mazzarò, in lacrime, spereranno forse che “la roba” vada con loro?
Ad essere esaltato è così il lato peggiore del nostro mondo: ma il mondo dei furbi è destinato alla rovina. Che chiaramente sarà per prima cosa la rovina di chi furbo non è stato.
Cosa resta infatti della cultura in una società come quella che ho rozzamente delineato? Ne rimarrà forse la fantasmagoria di una cultura alla moda, perdurerà l’illusione, la vanesia immagine che ogni “uomo rispettabile” deve mostrare di possedere. O forse neppure quella. E questo perché il sapere è fatica. Me ne accorgo spesso mentre giro tra le aule semivuote delle facoltà scientifiche: lo studio appare fatica sprecata, per quanto oggigiorno l’università sia divenuta di massa. Perché sprecare tempo ed energie quando è chiaro che nella nostra società non saranno le competenze ad assicurarci un futuro sereno? Che non sia così è convinzione diffusa e non è neppure una leggenda metropolitana: è un fatto amaro con cui bisogna ogni giorno convivere, nei piccoli intrighi quotidiani che ognuno di noi sperimenta sulla propria pelle quale riflesso di ciò che succede nelle alte sfere. Per questo dicevo che la furberia regna su tutti i livelli: a quello del potere centrale, a quello dei poteri regionali, provinciali e comunali; nell’ambito lavorativo e in quello scolastico, per sfociare infine nei rapporti interpersonali.
Una società del genere è malata: per prima cosa è abbattuta nello spirito, sfiduciata, immersa nell’insincerità e abituata appena ne ha l’occasione a rivalersi sul prossimo delle ingiustizie subite, ad abusare di un potere verso il quale ci si sente privi di responsabilità. Inoltre è destinata al declino: una società sussiste solo in quanto essa è espressione di una volontà generale e portatrice di interessi che trascendono i singoli. Essa è come una Chiesa: se la gente smetterà di crederci, non esisterà più. Sarà solo lo spauracchio della classe dominante, il fantoccio manovrato da burattinai, l’arena di chi si artiglia per il potere.
Inoltre il suo declino è strettamente legato al declino dell’intelligenza, intesa come il cadere in disuso di una antica usanza: l’approfondire la conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda, il desiderio di migliorarsi e di migliorare il resto. I privilegi di oggi non saranno quelli di domani; una società culturalmente regredita significa un paese alla mercè tecnologica e scientifica del resto del mondo; significa un popolo che perde la consapevolezza, la profondità di riflessione, la fierezza, la capacità di reagire al cambiamento. Significa una massa facile da influenzare e manovrare, in balia delle credenze e del luogo comune, qualunquista, priva di orizzonti e futuro, sfiduciata, alienata, succube delle mode e incapace di indipendenza, povera di idee, senza gli strumenti necessari per decidere in autonomia, facile preda della furberia, piegata e forgiata secondo un modello di vita tipico dell’occidente consumista, vittima e attrice dell’ingiustizia che appare come atemporale necessità della società e non come un male curabile, disinteressata, annoiata nella tediosa occupazione di ammazzare il tempo.
Quando la cultura muore, muore un’intera nazione. Il sapere ci distingue dal mondo animale e c’innalza al di sopra di esso. Esercitando la ragione esercitiamo la nostra umanità. Aldilà di tutto, è questo che non va dimenticato.
IL MONDO DEI FURBI
23 05 2009Commenti : Lascia un commento »
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IDOLI NEL MONDO NUOVO
24 04 2009<“L’uomo moderno che, in mezzo alle rovine di ideali ormai crollati, non è capace di riappropriarsi del proprio destino e vaga tra idoli vecchi e nuovi, senza una meta, sempre più simile a come ci immaginò Huxley ne il Mondo Nuovo….”
Niezsche sapeva che per prima cosa bisognava distruggere, per poi ricostruire.
Il tempo dell’assoluto è finito. L’uomo moderno dorme su di una culla di retaggi tra le rovine di idoli ai quali nessuno più crede. Con questa metafora non si vuole dire che l’uomo è nello stato in cui versava il volgo al mercato, che derideva l’uomo folle il quale gridava loro ”Dio è morto”, perché l’uomo non ride più. E’ in qualche modo consapevole di ciò che ha fatto, e vorrebbe riappropriarsi di ciò che ha perso: così facendo, tentando di recuperare i vecchi idoli, egli cade nel nichilismo che è figlio del nostro tempo, di un tempo in cui non si riesce a credere pur avendone il bisogno. Il nichilismo è l’idolo del moderno.
L’uomo non ride più, ma nella modernità egli si è disabituato anche a pensare. Credo che il malessere generale di una società ricca e a forte impronta consumistica sia conseguenza di ciò: si può imbrigliare la mente affinché noi piccoli atomi (sempre più uguali) vibriamo all’unisono: sempre più facili da manipolare, sempre meno autonomi e sempre più automi, come richiedono la produzione di massa, l’informazione di massa, le politiche di massa. Il diritto all’uguaglianza si è trasformato in grigia eguaglianza, in soppressione della nostra unicità, indipendenza e valore. E come siamo felici di confonderci nel gregge, così da non dover mai decidere la strada da prendere, così da non venir mai interrogati circa la nostra condotta!
Ma non si può imbrigliare completamente l’animo umano che si dimena in questa rete. Così i ”giorni di ordinaria follia” li vediamo quotidianamente sui telegiornali, che vendono la loro violenza preconfezionata come si vende tutto il resto. Anche la religione è diventata un prodotto che si può comprare. I matrimoni e i funerali, così come gli altri sacramenti, hanno perso il loro significato originario e si sono trasformati in atto pubblico, assimilati alla mentalità della società di massa. La religione (penso a quella cattolica) ha cercato di stare al passo con i tempi. Ha limato la paradossia della propria dottrina per renderla in qualche modo più plausibile al moderno: ha finito con il confondersi essa stessa nella massa.
L’uomo moderno è sempre meno responsabile. Perché dovrebbe esserlo, quando può dispensare agli altri la fatica di tali responsabilità? Nessuno è più responsabile di niente. Demandiamo ad altri il nostro potere decisionale e ce ne freghiamo di come i nostri rappresentanti fanno uso di tale potere. La corruzione così attecchisce. La società democratica finisce per premiare la furbizia e l’apparenza molto più della fedeltà e della sostanza. Il modello dell’uomo che ha vissuto bene è quello dell’uomo di successo: ricco, magari anche famoso, brillante e “al passo coi tempi”. Bisogna sempre correre, per avere qualcosa da fare. Nessuno però si chiede più quale sia la meta.
Nietzsche nel suo disegno vedeva l’uomo risollevarsi dalla macerie, guardare in faccia al nulla, riconoscerlo e schiacciarlo come il serpente che aveva tentato di soffocarlo. Questa concezione mi ricorda l’ottimismo marxista che vedeva inevitabile la fine del capitalismo; come vedeva l’inevitabilità del passaggio dalla dittatura del proletariato ad una società di liberi consumatori. Sappiamo tutti a posteriori che fine ha fatto il suo socialismo scientifico.
Così ci ritroviamo senza più ideali, e questo può essere un bene, ma senza la forza per prendere in mano il nostro destino. La società organizza tutto per noi, ci dà il benessere, ci dà ricchezza e quindi possibilità di consumare sempre di più. Così eccoci riaffondare di nuovo: gli idoli non finiscono mai e i nostri sono molteplici; uno è senz’altro il consumismo e l’apparente felicità che un tale stile di vita può dare.
Perché preoccuparsi di Dio? Se l’uomo del novecento era drogato di ideali, folle e disposto alla violenza per difenderli, l’uomo del XXI secolo ha i tratti inquietanti de ”Il mondo nuovo”. Non è felice, se non di una felicità effimera che egli insegue per tutta la vita: comprarsi una casa, comprarsi una macchina, mangiare fino a scoppiare (e mentre mezzo mondo muore di fame, l’altra metà muore per l’obesità). Così nonostante e forse a causa di una più libera sessualità e di tanti mezzi tecnologici di comunicazione (di cui ormai siamo diventati noi l’appendice e non viceversa!), noi moderni siamo fondamentalmente delle persone sole. E non parlo di vita sociale, di quelle cose che fanno parte del costume (come uscire il sabato sera per intenderci). Parlo di avere amicizie vere, profonde, sentite; di condividere con gli altri le nostre paure e le nostre angosce, le nostre idee e il nostro entusiasmo. Di domandare, di capire, di fermarsi insieme a guardare come tutto scorra e sentirsi insieme unici e irripetibili parti del tutto. L’uomo ha abbandonato la natura e vive con la consapevolezza di tale irrimediabile distacco. Egli però non si sente neppure parte della più vasta cornice dell’umanità (parlo della solidarietà di cui scrive Leopardi, dell’umana catena). Incidentalmente voglio far notare che non c’è contraddizione se da un lato parlo di individualismo estremo e dall’altro di desiderio di confondersi nella massa. Sono due facce della stessa medaglia, due segni di una stessa solitudine.
Parlo anche di amare. Erich Fromm nel suo “L’arte di amare” analizza come nella società del capitale anche le questioni d’amore abbiano in molti casi assunto i tratti di una compravendita, e di come l’idea di coppia riecheggi quella di qualsiasi altro contratto. Del resto siamo così abituati a pensare in questi termini che ormai non ce ne rendiamo più conto!
Lo scenario è colmo di contraddizioni, di nodi che prima o poi verranno al pettine: lo sperpero non potrà essere infinito, e darà sempre meno gioia.
Arriverà l’alba del giorno in cui ci sveglieremo, schiacciati da cose che ci appariranno per quello che sono: senza alcun valore. Capiremo di aver sprecato la vita per accumularle, e nessuno ricorderà perché. Ci chiederemo perché siamo soli, quando il benessere occidentale ci aveva dato il tempo per relazionarci con gli altri, per pensare, per perseguire la conoscenza, per domandarci il perchè delle cose, per ammirare la bellezza del mondo.
Vanità delle vanità, dice Qohelet. Nella nostra civiltà e per tanti di noi è l’essenza del nostro vivere.
Tra le rovine, si vedono solo altre rovine. Per questo credo che l’appello alla responsabilità sia più che mai attuale. Siamo finiti, siamo fragili! E’ nostro dovere prendere in mano il nostro destino. Soprattutto: siamo uomini! Non dobbiamo mai scordarcelo, o finiremo per essere in tutto e per tutto come ci immaginò Huxely.
Vorrei concludere con una citazione. Credo che sia molto significativa perché mi ha fatto molto riflettere su cosa significa per me usare bene il tempo che mi è stato concesso, oltre che sul valore della scienza:
Da Hermann Lauscher, di Hermann Hesse
“Anche questo è un brandello di infanzia che, mi pare, va poi perduto per la maggior parte degli uomini: l’impeto verso la verità, il desiderio d’una visione d’insieme delle cose e delle loro cause,la struggente brama di armonia e di un sicuro possesso spirituale. Soffrivo per le innumerevoli domande senza risposta, e gradualmente scoprii che per gli adulti che interrogavo le mie domande erano irrilevanti e le mie necessità incomprensibili. Ogni risposta in cui riconoscevo una fuga o addirittura del sarcasmo, risospingeva spesso la mia anima nel suo edificio di miti, che gradualmente cominciava a vacillare.
Quanto più seria, pura e rispettosa sarebbe la vita di molti uomini se potessero conservare oltre la giovinezza qualcosa di questo cercare, di questo chiedere il nome delle cose! Che cos’è l’arcobaleno? Perché il vento geme? Perché i prati appassiscono, perché rifioriscono, donde il vento e la neve? Perché siamo ricchi e il vicino Spengler povero? Dove va il sole la sera?”
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FERMI E LA BOMBA ATOMICA
6 01 2009Ecco quello che scrive Enrico Fermi del test nucleare a Trinity del 16 luglio 1945:
“On the morning of the 16th of July, I was stationed at the Base Camp at Trinity in a position about ten miles from the site of the explosion. The explosion took place at about 5:30 A.M. I had my face protected by a large board in which a piece of dark welding glass had been inserted. My first impression of the explosion was the very intense flash of light, and a sensation of heat on the parts of my body that were exposed. Although I did not look directly towards the object, I had the impression that suddenly the countryside became brighter than in full daylight. I subsequently looked in the direction of the explosion through the dark glass and could see something that looked like a conglomeration of flames that promptly started rising. After a few seconds the rising flames lost their brightness and appeared as a huge pillar of smoke with an expanded head like a gigantic mushroom that rose rapidly beyond the clouds probably to a height of the order of 30,000 feet. After reaching its full height, the smoke stayed stationary for a while before the wind started dispersing it.
About 40 seconds after the explosion the air blast reached me. I tried to estimate its strength by dropping from about six feet small pieces of paper before, during and after the passage of the blast wave. Since at the time, there was no wind I could observe very distinctly and actually measure the displacement of the pieces of paper that were in the process of falling while the blast was passing. The shift was about 2 1/2 meters, which, at the time, I estimated to correspond to the blast that would be produced by ten thousand tons of T.N.T.”
Il racconto di come Fermi ha stimato la potenza di una bomba atomica lanciando dei pezzetti di carta all’arrivo dell’onda d’urto è uno dei tanti che fanno di lui una leggenda e ad ogni studente di fisica (almeno a Pavia!) viene raccontata questa storia.
Come diavolo ha fatto Fermi a stimare la potenza della bomba atomica lanciando dei pezzetti di carta??!! Potrebbe aver fatto all’incirca così:
Nel racconto scrive che lanciò i pezzetti di carta e che questi si sono spostati per x=2.5m. E’ ragionevole supporre che li abbia lanciati da un’altezza h=1m. Le formule sui corpi in caduta libera, trascurando l’attrito dell’aria, sono:
h = (1/2)gt^2, dove g è l’accelerazione di gravita g=9.8m/s^2
e per il moto in orizzontale
x= vt
si trova quindi v^2 = (g/2h)x^2 e si ricava quindi v
Supponiamo ora che l’energia della bomba si “diluisca” nella propagazione nel volume di un’emisfera (V=(2/3)π r^3). Perciò chiamata E l’energia della bomba la sua densità per unità di volume sarà
P = E / V = 2E / 3π r^3
r = 10 miglia = 1.6 x 10^4 m
E’ ragionevole supporre che i “piccoli pezzi di carta” che lanciò Fermi abbiano una superficie nell’ordine dei 10^-2 m. L’energia che arriverà sul foglietto sarà proporzionale alla sua superficie. Non mi sembra assurdo supporre che visto che la densità dell’energia del fronte d’onda è stato calcolato per 1m^3 ed essendo la superficie del foglietto 1cm^2, esso venga investito da 1/100 dell’energia presente in 1m^3. Ammetto che questo passaggio non è rigoroso.
E’ = P x S, con S=0.01 m^3
Dalla formula dell’en cinetica P S = (1/2)mv^2 e supponendo m=1g infine si trova:
E = (1/6)π r^3 x^2 g m / (S h )
e inserendo i dati si ricava la stima per l’energia della bomba atomica
E = 1.4 x 10^13 J
mentre Fermi aveva stimato
E = 4.184 x 10^13 J cioè 10000 ton di TNT ovvero 10kton.
…l’ordine di grandezza è quello giusto!
Come sempre suggerimenti e/o correzioni sono ben accetti!
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LA PRESSIONE ALL’INFERNO
5 01 2009
Quella che segue è una possibile via per stimare la pressione di radiazione nel centro del Sole che mi è stata ispirata dal calcolo che si trova sul Mazzoldi – Fisica II per trovare la pressione in una bolla sferica (ad es. di sapone)

L’energia potenziale gravitazionale di un corpo sferico omogeneo di massa m e raggio R
U = -(3/5) G m2/R
dove con G si intende la costante di gravitazione universale.
Supponiamo che il corpo si contragga di una quantità dR (1)
dW=-dU=-(3/5) (G m2/R2) dR
Il lavoro delle pressioni (supponendo la pressione esterna nulla) sarà
dWp = -PSdR = -PdV=-4πPR2
Eguagliando i due lavori virtuali si conclude che
P = (3/20π)Gm2/R4
Si usa ora questa formula per calcolare la pressione nel Sole:
la massa del Sole vale
m= 2 x 1030 kg
e il suo diametro
2R= 1.3 x 109 m
Sostituendo nella formula per P si trova
P = 5.5 x 1013 Pa = 5.5 x 108 atm
La pressione (2) è dell’ordine di 1 miliardo di atmosfere terrestri!
Non so quale sia la stima “ufficiale” però dai numeri che ho trovato in giro mi sembra che più o meno ci siamo come ordine di grandezza (come detto ne ho trovate parecchie.
Una ad es.: Appello al Prof. Fabri – Axnet.it che parla di 1013 Pa e chiarisce un po’ che si non tratta della pressione nel centro del Sole, che è dell’ordine delle 1011 atm)
Se qualcuno ha suggerimenti o nota qualche baggianata per favore avverta che correggo!
(1) Agli studenti di matematica è consigliati fermarsi qui prima che abbiano un “collasso da infinitesimo”.
(2) Si intende la pressione di radiazione. La pressione nel centro del Sole è circa 1000 volte più grande nell’ordine delle 10 alla 11 atm
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L’ETICA DEL FINITO
1 01 2009
L’etica del finito rifiuta il delirio di onnipotenza insito nel desiderio di reinstaurare l’Assoluto senza fede e delinea un’etica che si basa sulla responsabilità del proprio limite, sulla coscienza che la morte è misura della vita.
Nell’articolo “Orizzonti oltre il nulla” parlo dell’eredità che il cristianesimo ci ha lasciato come di un inestinguibile bisogno di assoluto che si scontra spesso, nell’uomo moderno, con l’incapacità di credere.
Sostengo, seguendo il ragionamento di Natoli, che per non perdersi nel nichilismo l’uomo deve essere cosciente del proprio limite. La coscienza del limite è propria del cristianesimo stesso, ma è necessario chiarire che non si sta parlando dello stesso limite.
L’accezione cristiana è quella che rimanda ad un limite di tipo creaturale. Ovvero: l’uomo è in quanto Dio l’ha posto in essere, e senza di Lui non sarebbe nulla. Si è visto come questa stessa idea, in un non credente, possa portare a svilire il mondo come vano e segnato dal proprio destino di morte.
Invece il limite di cui qui si sta parlando* è di tipo naturale. Si assume quindi la naturalità del finito.
Non si ritiene che l’assoluto che si è smarrito possa essere instaurato di nuovo nel mondo in virtù delle sole forze dell’uomo. Come detto, le ideologie totalizzanti si possono leggere come una conseguenza di un tale delirio di onnipotenza, di un progetto umano di salvezza.
Da qui il limite come responsabilità.
Prendere coscienza del limite non è in alcun modo un ripiegamento di fronte alla vita; al contrario, è un farsi coraggio per affrontare la propria morte ed esserne all’altezza.
Il mondo non deve essere necessariamente degradato a stato transitorio verso una vita più felice, per quanto il dolore lo permei: vivere bene significa fronteggiarlo. Inoltre il dolore è naturale quanto la gioia, poiché la caducità delle cose del mondo è il ciclo attraverso il quale la vita può perpetuarsi: la natura genera e distrugge: e crea nell’atto di abbattere. La mortalità è il pegno della nostra esistenza. Prendersi carico della propria finitezza, sostenere la propria morte, significa in primo luogo rendersi conto dell’inutilità di rovesciarla sugli altri. L’etica può nascere dalla consapevolezza che è nel legame, nell’alleanza e nella fratellanza con gli altri uomini che è possibile affrontare al meglio la morte. Ma la morte non è quella che giunge alla fine dei nostri giorni che, come scrive Epicuro nell’epistola a Meneceo, “non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più”. La morte è quella che sperimentiamo tutti i giorni nel dolore, nella sconfitta: è per prima cosa una contrazione del nostro spazio di azione, dell’orizzonte delle nostre possibilità. Quando questo si riduce ad un punto, allora “moriamo” nel senso usuale del termine; si capisce che moriamo nello sfinirsi della potenza (finita) che siamo in grado di reinvestire nelle opportunità che ci circondano. Al più moriamo della morte delle persone che amiamo. La nostra morte, al confronto di tutto ciò, è solo l’ultimo atto, e in definitiva non toglie nulla che non abbiamo già perduto: perciò “non è nulla per noi”.
Se vivere bene significa essere all’altezza della propria morte, con questa espressione si intende allora l’affrontare la vita nella sua interezza, l’usare al meglio il tempo che ci è stato concesso, senza la presunzione dell’immortalità, nel doloroso amore per il mondo. Ciò non è e non può essere un limitarsi a “cogliere l’attimo”, ma al più significa comprendere che “per tutto c’ è un momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo” come scrive Qohelet.
Significa amare la terra nonostante tutto, vivere e condividere la gioia e farsi forza l’un l’altro nel dolore.
“Cose mortali ai mortali” dice Pindaro. Ma assumersi la responsabilità della propria finitudine non è rassegnarsi: è combattere in essa. Ci vuole tanto coraggio per farlo.
*Dizionario dei vizi e delle virtù – Salvatore Natoli – Paganesimo pp94-97
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ORIZZONTI OLTRE IL NULLA
27 12 2008La domanda su cui si può cominciare a riflettere è la ben nota e folle “Qual è il senso delle cose?”.
Ma se qualcosa ho imparato, è che è necessario riflettere sulle domande, prima ancora che sulle (eventuali) risposte. Così ci si può domandare qual è il senso della domanda che ci siamo posti, il che è un tutt’uno con l’identificarne l’origine
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.
Nell’uomo moderno si assiste sempre di più ad una lacerazione tra l’incapacità di avere fede (la “morte di Dio” nel mondo occidentale) e l’immutato bisogno di Assoluto.
Fino a quando l’uomo è stato in grado di aver fede, il mondo ha sempre avuto un senso oggettivo ed esterno: quello dato da Dio, appunto. Non deve sorprendere se, nei contestuali venir meno della fede e sete di Assoluto, l’uomo moderno approda al nichilismo.
Il nichilismo è un fenomeno complesso. Il Nulla è l’elemento che lo caratterizza: il mondo, non più sorretto da un senso divino, cade nel Nulla. Tutto ciò ha diverse conseguenze;
la prima è il disprezzo di ciò che c’è nel mondo, l’impietoso soffermarsi sulla caducità delle cose, la sensazione che l’unico senso del mondo è la morte che ad esso soggiace e che quindi o il mondo è male, o per lo meno è senza-senso. La vita stessa, del resto, viene valutata in questo modo.
“Vanità delle vanità, tutto è vanità” dice Qohelet. “Che cosa ricava l’uomo dal suo faticare sotto il sole? Il vento gira e rigira e sopra i suoi giri in vento ritorna. Tutti i fiumi vanno nel mare, eppure il mare non è mai pieno: terminata la loro corsa, i fiumi riprendono la loro marcia.” Il senso di inutilità e follia connaturato alle cose è evidente.
Una seconda conseguenza del nichilismo è il desiderio di reintrodurre nel mondo quell’Assoluto che si è perso. Da un lato il Nulla stesso diventa oggetto di culto e compiaciuta vertigine per l’uomo, un idolo nel quale si perde. D’altro canto una sempre più forte autoaffermazione dell’io conduce ad un delirio di onnipotenza dell’uomo, che crede di potere tutto. Un’analisi dell’epoca moderna ci porta a concludere che dall’assolutizzazione degli ideali (a sostegno dei quali ogni mezzo è lecito) l’uomo si è arrogato il diritto di distruggere ogni cosa. Così, tra supremi ideali e laceranti disillusioni, l’epoca moderna si è conclusa con due folli massacri mondiali.
Ritorno perciò alla domanda iniziale, o meglio alla questione riguardante la liceità di tale domanda. Da quanto detto si potrebbe concludere che tale interrrogarsi sia figlio del nichilismo. In un mondo caduto e senza più senso, non resta che disperarsi dell’inutilità delle cose. Ma è proprio così?
L’uomo senza fede può concludere che le cose sono caduche, ma non certo che sono in qualche modo inutili, senza senso. Per prima cosa si confonde ciò che è indefettibile con ciò che è autosussistente: finché una cosa esiste, è di per sé sussistente (non è certo nulla), e quando non esiste più non possiamo certo formulare su di essa dei giudizi. Poi si confonde l’eternità con il valore, l’incorruttibilità con la perfezione: chi ha mai detto che ciò che sussiste solo per un tempo finito non ha valore? Quale logica porta a concludere che ciò che è corruttibile non possa raggiungere, nel proprio tempo, la perfezione?
Credere che le cose non abbiano senso è credenza figlia del nichilismo. L’uomo ha vissuto in un mondo sostenuto da un oggettivo senso divino: al venir meno di questo convincimento, si rigetta l’oggettività del senso ma non il senso in generale. Nessuno ha mai detto che ci debba essere un senso uguale per tutti, che sta al di sopra o prima di tutte le cose. Il mondo ha il valore che gli viene conferito. Addirittura ogni creatura mortale può rivendicare la propria irripetibilità proprio in virtù della propria finitezza. E’ delirio di onnipotenza lo sfrenato bisogno di Assoluto: l’uomo deve prendersi la responsabilità della propria finitezza, piuttosto che tentare vanamente di sfuggirvi. Nel limite egli può trovare la propria misura. Un’etica superiore può nascere a discapito di un individualismo estremo una volta che l’uomo abbia capito che il riconoscimento del proprio limite non è un ostacolo ma bensì un atto liberatorio, una negazione del nulla. In tale riconoscimento si pongono le basi per comprendere il valore e dare un senso alla vita come di un prendersi cura l’uno dell’altro in questo viaggio.
In questo senso l’uomo moderno, se pure non fosse più in grado di credere, può ritrovare nel cristianesimo l’idea di una fratellanza tra tutti gli uomini nella quale abbracciare la condivisione delle gioie e dei dolori della vita senza lasciarsi andare nel baratro del nulla.
(La riflessione trae spunto dalla lettura di alcuni libri di Salvatore Natoli, tra cui La salvezza senza fede)
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