IDOLI NEL MONDO NUOVO

24 04 2009

<“L’uomo moderno che, in mezzo alle rovine di ideali ormai crollati, non è capace di riappropriarsi del proprio destino e vaga tra idoli vecchi e nuovi, senza una meta, sempre più simile a come ci immaginò Huxley ne il Mondo Nuovo….”
Niezsche sapeva che per prima cosa bisognava distruggere, per poi ricostruire.
Il tempo dell’assoluto è finito. L’uomo moderno dorme su di una culla di retaggi tra le rovine di idoli ai quali nessuno più crede. Con questa metafora non si vuole dire che l’uomo è nello stato in cui versava il volgo al mercato, che derideva l’uomo folle il quale gridava loro ”Dio è morto”, perché l’uomo non ride più. E’ in qualche modo consapevole di ciò che ha fatto, e vorrebbe riappropriarsi di ciò che ha perso: così facendo, tentando di recuperare i vecchi idoli, egli cade nel nichilismo che è figlio del nostro tempo, di un tempo in cui non si riesce a credere pur avendone il bisogno. Il nichilismo è l’idolo del moderno.
L’uomo non ride più, ma nella modernità egli si è disabituato anche a pensare. Credo che il malessere generale di una società ricca e a forte impronta consumistica sia conseguenza di ciò: si può imbrigliare la mente affinché noi piccoli atomi (sempre più uguali) vibriamo all’unisono: sempre più facili da manipolare, sempre meno autonomi e sempre più automi, come richiedono la produzione di massa, l’informazione di massa, le politiche di massa. Il diritto all’uguaglianza si è trasformato in grigia eguaglianza, in soppressione della nostra unicità, indipendenza e valore. E come siamo felici di confonderci nel gregge, così da non dover mai decidere la strada da prendere, così da non venir mai interrogati circa la nostra condotta!
Ma non si può imbrigliare completamente l’animo umano che si dimena in questa rete. Così i ”giorni di ordinaria follia” li vediamo quotidianamente sui telegiornali, che vendono la loro violenza preconfezionata come si vende tutto il resto. Anche la religione è diventata un prodotto che si può comprare. I matrimoni e i funerali, così come gli altri sacramenti, hanno perso il loro significato originario e si sono trasformati in atto pubblico, assimilati alla mentalità della società di massa. La religione (penso a quella cattolica) ha cercato di stare al passo con i tempi. Ha limato la paradossia della propria dottrina per renderla in qualche modo più plausibile al moderno: ha finito con il confondersi essa stessa nella massa.
L’uomo moderno è sempre meno responsabile. Perché dovrebbe esserlo, quando può dispensare agli altri la fatica di tali responsabilità? Nessuno è più responsabile di niente. Demandiamo ad altri il nostro potere decisionale e ce ne freghiamo di come i nostri rappresentanti fanno uso di tale potere. La corruzione così attecchisce. La società democratica finisce per premiare la furbizia e l’apparenza molto più della fedeltà e della sostanza. Il modello dell’uomo che ha vissuto bene è quello dell’uomo di successo: ricco, magari anche famoso, brillante e “al passo coi tempi”. Bisogna sempre correre, per avere qualcosa da fare. Nessuno però si chiede più quale sia la meta.
Nietzsche nel suo disegno vedeva l’uomo risollevarsi dalla macerie, guardare in faccia al nulla, riconoscerlo e schiacciarlo come il serpente che aveva tentato di soffocarlo. Questa concezione mi ricorda l’ottimismo marxista che vedeva inevitabile la fine del capitalismo; come vedeva l’inevitabilità del passaggio dalla dittatura del proletariato ad una società di liberi consumatori. Sappiamo tutti a posteriori che fine ha fatto il suo socialismo scientifico.
Così ci ritroviamo senza più ideali, e questo può essere un bene, ma senza la forza per prendere in mano il nostro destino. La società organizza tutto per noi, ci dà il benessere, ci dà ricchezza e quindi possibilità di consumare sempre di più. Così eccoci riaffondare di nuovo: gli idoli non finiscono mai e i nostri sono molteplici; uno è senz’altro il consumismo e l’apparente felicità che un tale stile di vita può dare.
Perché preoccuparsi di Dio? Se l’uomo del novecento era drogato di ideali, folle e disposto alla violenza per difenderli, l’uomo del XXI secolo ha i tratti inquietanti de ”Il mondo nuovo”. Non è felice, se non di una felicità effimera che egli insegue per tutta la vita: comprarsi una casa, comprarsi una macchina, mangiare fino a scoppiare (e mentre mezzo mondo muore di fame, l’altra metà muore per l’obesità). Così nonostante e forse a causa di una più libera sessualità e di tanti mezzi tecnologici di comunicazione (di cui ormai siamo diventati noi l’appendice e non viceversa!), noi moderni siamo fondamentalmente delle persone sole. E non parlo di vita sociale, di quelle cose che fanno parte del costume (come uscire il sabato sera per intenderci). Parlo di avere amicizie vere, profonde, sentite; di condividere con gli altri le nostre paure e le nostre angosce, le nostre idee e il nostro entusiasmo. Di domandare, di capire, di fermarsi insieme a guardare come tutto scorra e sentirsi insieme unici e irripetibili parti del tutto. L’uomo ha abbandonato la natura e vive con la consapevolezza di tale irrimediabile distacco. Egli però non si sente neppure parte della più vasta cornice dell’umanità (parlo della solidarietà di cui scrive Leopardi, dell’umana catena). Incidentalmente voglio far notare che non c’è contraddizione se da un lato parlo di individualismo estremo e dall’altro di desiderio di confondersi nella massa. Sono due facce della stessa medaglia, due segni di una stessa solitudine.
Parlo anche di amare. Erich Fromm nel suo “L’arte di amare” analizza come nella società del capitale anche le questioni d’amore abbiano in molti casi assunto i tratti di una compravendita, e di come l’idea di coppia riecheggi quella di qualsiasi altro contratto. Del resto siamo così abituati a pensare in questi termini che ormai non ce ne rendiamo più conto!
Lo scenario è colmo di contraddizioni, di nodi che prima o poi verranno al pettine: lo sperpero non potrà essere infinito, e darà sempre meno gioia.
Arriverà l’alba del giorno in cui ci sveglieremo, schiacciati da cose che ci appariranno per quello che sono: senza alcun valore. Capiremo di aver sprecato la vita per accumularle, e nessuno ricorderà perché. Ci chiederemo perché siamo soli, quando il benessere occidentale ci aveva dato il tempo per relazionarci con gli altri, per pensare, per perseguire la conoscenza, per domandarci il perchè delle cose, per ammirare la bellezza del mondo.
Vanità delle vanità, dice Qohelet. Nella nostra civiltà e per tanti di noi è l’essenza del nostro vivere.
Tra le rovine, si vedono solo altre rovine. Per questo credo che l’appello alla responsabilità sia più che mai attuale. Siamo finiti, siamo fragili! E’ nostro dovere prendere in mano il nostro destino. Soprattutto: siamo uomini! Non dobbiamo mai scordarcelo, o finiremo per essere in tutto e per tutto come ci immaginò Huxely.
Vorrei concludere con una citazione. Credo che sia molto significativa perché mi ha fatto molto riflettere su cosa significa per me usare bene il tempo che mi è stato concesso, oltre che sul valore della scienza:
Da Hermann Lauscher, di Hermann Hesse
“Anche questo è un brandello di infanzia che, mi pare, va poi perduto per la maggior parte degli uomini: l’impeto verso la verità, il desiderio d’una visione d’insieme delle cose e delle loro cause,la struggente brama di armonia e di un sicuro possesso spirituale. Soffrivo per le innumerevoli domande senza risposta, e gradualmente scoprii che per gli adulti che interrogavo le mie domande erano irrilevanti e le mie necessità incomprensibili. Ogni risposta in cui riconoscevo una fuga o addirittura del sarcasmo, risospingeva spesso la mia anima nel suo edificio di miti, che gradualmente cominciava a vacillare.
Quanto più seria, pura e rispettosa sarebbe la vita di molti uomini se potessero conservare oltre la giovinezza qualcosa di questo cercare, di questo chiedere il nome delle cose! Che cos’è l’arcobaleno? Perché il vento geme? Perché i prati appassiscono, perché rifioriscono, donde il vento e la neve? Perché siamo ricchi e il vicino Spengler povero? Dove va il sole la sera?”


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