Che il mondo sia giostrato dai furbi è un luogo comune di quelli con un fondo di verità.
Si potrebbe dire, con Niezsche, al di là del bene e del male, che l’imperativo morale è la voce dell’uomo nel cuore dell’uomo e concludere, con Marx, che è la struttura della società a determinarne i valori. In particolare, sono i valori della classe dominante che finiscono per ergersi a retta via.
Qual è quindi l’immagine che la società da di sé, giorno dopo giorno, fino a penetrare costitutivamente nell’animo della gente? Credo che dietro gli evanescenti luoghi comuni ci sia un nocciolo indigesto: la furberia. E voglio sostenere qui come essa sarà il declino della nostra società, la corruzione che ne minerà lo spirito prima, l’intelligenza poi.
Essa regna incontrastata a tutti i livelli, diventa quasi l’essenza della democrazia, si profila infine se non come un diritto almeno come un ripiego di fronte all’evidenza che del resto “tutti fanno così”. Lo vediamo nella politica: i nostri rappresentanti di spicco sono figure ambigue, vivono da privilegiati, da arrivati; mentre dovrebbero rendersi conto della grande opportunità datagli dal potere che la sovranità popolare gli ha concesso, essi godono indiscriminatamente di privilegi che la nostra Costituzione non gli garantisce; si perdono in quotidiane zuffe verbali, nel siparietto del potere e degli interessi particolari, dando prova spesso e volentieri di un’ignoranza che non li rende neppure degni della posizione che occupano. I pochi onesti e appassionati credo non possano far altro che esserne abbattuti nello spirito. Del resto la logica è che ogni cosa ha il suo prezzo: l’importante è il sapersi vendere, non l’avere delle qualità che ci distinguano.
Nelle meritocrazie la moneta dovrebbe essere la competenza, la dedizione, l’impegno, la volontà. Quando ciò assume sempre meno importanza la gente è vinta dalla sfiducia verso il potere e le autorità, è sempre meno desiderosa di far valere quel diritto di libertà che è il voto, per il quale i nostri padri e le nostre madri hanno combattuto e sofferto, e che si configura oggi come un atto privo di qualsiasi pregnanza, una questione di poco o nessun conto, che in ogni caso influenzerà più le nostre discussioni con gli amici che la nostra vita sociale e politica.
I segni e le conseguenze di un’incipiente disgregazione sociale sono la corruzione di chi, essendo investito di un potere e quindi di una responsabilità, amministra la cosa pubblica per i propri fini e non per quelli della collettività; la sfiducia verso le leggi, coloro che le promulgano e coloro che giudicano: ci si stupisce poi se la coscienza civile la gente ce l’ha sotto le scarpe? Ci si chiede come mai nessuno si senta in debito verso la società, o si sogni di mettersi a disposizione del prossimo?
La gente, minata nello spirito, si impoverisce sempre più nell’anima. Il che ha conseguenze tanto peggiori in una società per sua natura individualista come la nostra. Il contratto sociale rischia di diventare il tacito spartirsi ricchezze e onori, e costruire e consumare così la propria vita sul nulla. Perché i furbi non credano di essere furbi in eterno: gli amici che vi circonderanno non saranno mai veri amici, né vi ameranno di un amore sincero. Dalla furberia non possono nascere che rapporti di utilità, contratti che possono essere prontamente rescissi nel momento in cui divengano svantaggiosi. Cosa se ne faranno infine i furbi della montagna di cose che hanno voluto accumulare? Come Mazzarò, in lacrime, spereranno forse che “la roba” vada con loro?
Ad essere esaltato è così il lato peggiore del nostro mondo: ma il mondo dei furbi è destinato alla rovina. Che chiaramente sarà per prima cosa la rovina di chi furbo non è stato.
Cosa resta infatti della cultura in una società come quella che ho rozzamente delineato? Ne rimarrà forse la fantasmagoria di una cultura alla moda, perdurerà l’illusione, la vanesia immagine che ogni “uomo rispettabile” deve mostrare di possedere. O forse neppure quella. E questo perché il sapere è fatica. Me ne accorgo spesso mentre giro tra le aule semivuote delle facoltà scientifiche: lo studio appare fatica sprecata, per quanto oggigiorno l’università sia divenuta di massa. Perché sprecare tempo ed energie quando è chiaro che nella nostra società non saranno le competenze ad assicurarci un futuro sereno? Che non sia così è convinzione diffusa e non è neppure una leggenda metropolitana: è un fatto amaro con cui bisogna ogni giorno convivere, nei piccoli intrighi quotidiani che ognuno di noi sperimenta sulla propria pelle quale riflesso di ciò che succede nelle alte sfere. Per questo dicevo che la furberia regna su tutti i livelli: a quello del potere centrale, a quello dei poteri regionali, provinciali e comunali; nell’ambito lavorativo e in quello scolastico, per sfociare infine nei rapporti interpersonali.
Una società del genere è malata: per prima cosa è abbattuta nello spirito, sfiduciata, immersa nell’insincerità e abituata appena ne ha l’occasione a rivalersi sul prossimo delle ingiustizie subite, ad abusare di un potere verso il quale ci si sente privi di responsabilità. Inoltre è destinata al declino: una società sussiste solo in quanto essa è espressione di una volontà generale e portatrice di interessi che trascendono i singoli. Essa è come una Chiesa: se la gente smetterà di crederci, non esisterà più. Sarà solo lo spauracchio della classe dominante, il fantoccio manovrato da burattinai, l’arena di chi si artiglia per il potere.
Inoltre il suo declino è strettamente legato al declino dell’intelligenza, intesa come il cadere in disuso di una antica usanza: l’approfondire la conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda, il desiderio di migliorarsi e di migliorare il resto. I privilegi di oggi non saranno quelli di domani; una società culturalmente regredita significa un paese alla mercè tecnologica e scientifica del resto del mondo; significa un popolo che perde la consapevolezza, la profondità di riflessione, la fierezza, la capacità di reagire al cambiamento. Significa una massa facile da influenzare e manovrare, in balia delle credenze e del luogo comune, qualunquista, priva di orizzonti e futuro, sfiduciata, alienata, succube delle mode e incapace di indipendenza, povera di idee, senza gli strumenti necessari per decidere in autonomia, facile preda della furberia, piegata e forgiata secondo un modello di vita tipico dell’occidente consumista, vittima e attrice dell’ingiustizia che appare come atemporale necessità della società e non come un male curabile, disinteressata, annoiata nella tediosa occupazione di ammazzare il tempo.
Quando la cultura muore, muore un’intera nazione. Il sapere ci distingue dal mondo animale e c’innalza al di sopra di esso. Esercitando la ragione esercitiamo la nostra umanità. Aldilà di tutto, è questo che non va dimenticato.

